Quando il corpo diventa bersaglio: il body shaming tra dolore e diritto
Ci sono parole che non lasciano segni visibili, ma segnano ugualmente. Entrano nella pelle, nelle abitudini, nel modo in cui ci guardiamo allo specchio e ci muoviamo nel mondo. Il body shaming non nasce da una battuta isolata: è spesso l'esito lento e quotidiano di sguardi, soprannomi, commenti ripetuti che dicono - senza nominarlo - che il corpo di qualcuno non è accettabile.
Questo articolo vuole raccontare, con parole semplici e vicine, perché il body shaming fa male e come il diritto può (e a volte deve) intervenire. Non è un trattato tecnico: è una riflessione pensata per chi ha subito o visto subire umiliazioni legate al corpo, e per chi cerca strumenti concreti per capire quando quelle parole diventano reato.
Che cos'è il body shaming: oltre la definizione
Il body shaming è la derisione dell'aspetto fisico: può riguardare il peso, l'altezza, la forma, la pelle, i segni del corpo, o qualsiasi caratteristica che ci rende visibili. Ridurlo a "critica estetica" è pericoloso: spesso è una strategia per sminuire la persona nella sua interezza.
Quando il body shaming si manifesta:
- il corpo diventa il modo per colpire la dignità della persona;
- l'intento è umiliare, non dialogare;
- il messaggio implicito è che chi subisce "vale meno"
Può accadere in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, tra amici, e oggi più che mai sui social, dove una battuta si moltiplica e rimane.
Perché fa così male (e perché non è "solo" una battuta)
Il corpo è il nostro primo spazio di relazione. Quando viene deriso, non si perde soltanto un pezzo di autostima: cambia il modo in cui ci fidiamo degli altri, il modo in cui ci esponiamo agli altri, la voglia di uscire, di partecipare. Molte persone colpite da body shaming sperimentano:
vergogna costante e calo dell'autostima;
isolamento sociale e ritiro dalle attività;
ansia, umore basso e, in alcuni casi, disturbi alimentari o altri segnali di sofferenza psicologica.
Spesso le vittime minimizzano dicendo "sono solo parole", ma le parole, soprattutto se ripetute o diffuse pubblicamente, possono avere effetti profondi e duraturi. Per questo, sempre più professionisti della salute mentale e anche i giudici guardano con attenzione a queste dinamiche.
Quando il dolore entra in tribunale (quadri pratici)
Il body shaming non è oggi un reato autonomo nella maggior parte dei sistemi giuridici, ma può ricadere in fattispecie già esistenti quando supera certe soglie. In particolare, è utile considerare almeno tre inquadramenti penali che possono essere rilevanti:
Maltrattamenti: se l'umiliazione è sistematica, protratta nel tempo e crea un contesto di vita degradante - per esempio dentro la famiglia - può configurarsi una condotta che lede seriamente la dignità e il benessere psicologico della vittima. Non è necessario che ci siano percosse: anche la parola ripetuta e distruttiva può, in certi casi, creare il "clima" giuridicamente rilevante.
Diffamazione (anche aggravata): quando le offese sull'aspetto fisico sono rese pubbliche — attraverso post, meme, immagini o commenti su piattaforme social — diventano potenzialmente diffamatorie. L'elemento che pesa è la pubblicità dell'offesa e il danno alla reputazione, amplificato dalla rete.
Atti persecutori / stalking: in situazioni in cui le offese si accompagnano a comportamenti ossessivi, persecutori o intimidatori (ripetuti messaggi, pedinamenti, campagne di denigrazione) si può pensare a una fattispecie che tutela la libertà e la serenità della vittima.
Inoltre, in presenza di un danno psicologico certificabile (diagnosi, terapie, ricadute importanti), le parole possono costituire un elemento che incide anche in altre sedi civili o penali: il quadro va valutato caso per caso, con il supporto di avvocati e professionisti della salute mentale.
L'ambiente digitale: moltiplicatore di ferite
I social hanno cambiato la portata del fenomeno. Una battuta che prima sarebbe rimasta in un piccolo gruppo ora può diventare virale, restando accessibile e riemergendo nel tempo. Questo rende più probabile che il comportamento superi la soglia dell'illiceità: la pubblicità dell'offesa, la facilità di condivisione e la permanenza dei contenuti aumentano il danno alla vittima e la responsabilità di chi pubblica.
Non è solo una questione tecnica: la dimensione pubblica rilancia il messaggio di disprezzo a un pubblico più vasto, rendendo più difficile la riparazione e la guarigione.
Uno sguardo comparato (alcune differenze nel mondo)
In molti ordinamenti il fenomeno non è disciplinato da una norma "ad hoc". Alcuni paesi però stanno rafforzando strumenti contro la violenza verbale e la cyberviolenza, chiedendo alle piattaforme di rimuovere contenuti, cooperare con le indagini e prevedere meccanismi di tutela più rapidi. In altri contesti, il discorso è impostato non solo come difesa dell'individuo, ma anche come protezione dell'ordine pubblico digitale: se una campagna di derisione su vasta scala crea disordine sociale, la reazione delle istituzioni è più decisa.
Cosa può fare chi subisce body shaming
Se sei stato/a ferito/a da commenti sul tuo corpo, ecco qualche passo pratico:
conserva le prove: screenshot, messaggi, chat; sono fondamentali per ogni valutazione legale;
parlane con un professionista della salute mentale se senti che la situazione ti sta pesando;
valuta una consulenza legale per comprendere se nel tuo caso ci sono gli estremi per una denuncia o per chiedere tutela;
cerca rete e vicinanza: amici, associazioni, supporti locali possono fare la differenza nel percorso di recupero.
La dimensione più ampia: una sfida culturale
La legge può intervenire, punire, riconoscere il torto. Ma per cambiare davvero serve qualcosa che la pena non può imporre: una trasformazione culturale. Significa scegliere parole che non degradano, educare nel rispetto della diversità dei corpi e fare in modo che la differenza non diventi un bersaglio. Spesso chi ferisce con le parole non si rende conto dell'effetto: ricordare che anche il silenzio, la gentilezza o la semplice empatia sono scelte possibili è già un primo passo.
Concludere con cura
Il body shaming non è una questione di vanità: è una questione di dignità e salute. Quando le parole feriscono, il diritto può offrire strumenti di tutela; ma ogni intervento efficace parte dalla comunità: da come scegliamo di parlare, di reagire e di sostenere chi è stato ferito. Se hai vissuto una situazione del genere, non sei solo/a: cercare aiuto è un atto di coraggio e di cura.
Chi ferisce con le parole spesso dimentica che anche il silenzio può essere una forma di rispetto.
- Dott.ssa Cinzia Hu